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giovedì 29 maggio 2008

(8) Sistema fiscale italiano: emergenza

Quando quasi come un unico sistema, i politici, i sindacalisti, i giornalisti, i religiosi indicano argomenti all’ordine del giorno come: i rom, l’Alitalia, la microdelinquenza, la spazzatura, le cellule staminali, l’aumento della benzina, l’aumento del prezzo del pane etc.
Quando si è sempre in emergenza, quando l’emergenza è una componente costante della nostra vita politica, culturale e sociale, c’è qualche cosa che non va.
Quando si passa da emergenza ad emergenza senza mai risolverne una, c’è qualcosa che non va.
Sorge il dubbio che qualunque e chiunque ne sia il protagonista si può affermare che si è in presenza di distrazione dell’attenzione del cittadino, specie del più disarmato, colui che chi sta nelle istituzioni considera già un oggetto.

giovedì 15 maggio 2008

rom, zingari, nomadi

In Italia si va ad ondate di emergenze. Di volta in volta gli addetti all’informazione mettono in primo piano le categorie “più colpevoli”.
Solo una settimana fa ad Assisi il sindaco ha emesso una ordinanza che vieta a chi lo fa, di chiedere l’elemosina - accattonaggio è il termine usato che mette non solo in inferiorità ma denota un potenziale delinquente – ad una distanza inferiore ai 500 metri da una chiesa.
Ora ad Assisi, tra S. Rufino, Santa Chiara, Basilica inferiore e superiore, in centro e San Damiano, Rivotorto e la Porziuncola, fuori le mura, per dire solo le più note, vi sono chiese in ogni dove.
Conseguenza: nessuno può più chiedere l’elemosina senza commettere un reato.
L’Assisi di oggi è lo specchio dell’Ordine riorganizzato dall’efficiente e pragmatico Frate Elia successore di Francesco, e non la proposta di vita senza glossa voluta da Francesco che ha riscattato la povertà ed il povero, chiamando la prima Madonna Povertà e il secondo frate, fratello.
Ma la proposta di vita di Francesco d’Assisi era talmente esistenziale che non poteva essere trasposta in un Ordine sia pure mendicante.
Oggi c’è rimasto infatti l’Ordine ma non più il mendicante che viene allontanato dal sagrato di ogni chiesa di Assisi secondo la più ferrea tradizione, dall’autorità civile, poiché la Chiesa, quando può, preferisce che di queste cose se ne occupi l’autorità civile.
C’è poi da chiedersi quale concetto il sindaco di Assisi abbia dei suoi cittadini, ed i frati dei loro fedeli assisani. Se davanti alle chiese o nei loro pressi la presenza dei medicanti è un disturbo, dovrebbe esserlo anche davanti o nei pressi delle case degli abitanti di Assisi.
Si attendono chiarimenti.
Regolamentati i poveri in Assisi, oggi in prima pagina sui giornali campeggiano i rom.
I rom sono brutti, sporchi e cattivi: sono i classici indifendibili della società.
Noi, i sedentari, siamo malvisti dai rom. Loro i rom, sono malvisti da noi sedentari.
C’è un razzismo a senso doppio.
Chi pensa che la bontà risieda, perciò stesso, nella povertà o nell’indigenza fa del buonismo a scopo di lucro ideologico.
Francesco d’Assisi – per riprendere l’esempio di prima - ha colpito, è rimasto nella storia non perché era povero, ma perché era un ricco diventato povero.
Ha scelto la povertà e per questa scelta ha rinunciato ad un sacco di cose: la povertà significa anche, ce lo ha detto Francesco con la sua vita, rinunciare a formare una famiglia.
Tenerissima la scena di Francesco che modella alcuni pupazzi di neve e dice commosso che quella era la sua famiglia alla quale aveva rinunciato.
I poveri in quanto tali non fanno notizia o se la fanno è molto spesso perché infastidiscono.
Quindi sgombriamo subito il campo da tutto quella letteratura pietistica che dipinge il romanticismo della povertà come quelle statue con il capo piegato, gli occhi imploranti che ringraziano in eterno l’eventuale benefattore anche se con loro non sarà tale.
Ci è stata tramandata sì la memoria – l’unica – di un Vescovo, nella fattispecie quello di Assisi, che ha coperto un povero nudo con il suo mantello: quel povero era appunto Francesco che aveva appena fatto l’ultimo atto da ricco disfandosi dei suoi vestiti.
Non ci è stata tramandata memoria di un Vescovo che ha coperto con il suo mantello un povero nato tale.
Si c’è stato nel IV secolo Martino che ha dato metà del suo mantello di lana ad un povero seminudo, ma quando lo ha fatto era un soldato romano. Solo in seguito è diventato Vescovo di Tours.
E poi i rom di cui si parla oggi sui giornali non sono affatto i poveri pietosi o che vogliono impietosire: se lo fanno, impietosire, è spesso “per lavoro”.
Ci si ferma spesso, e spesso solo, sull’attività dei rom rispetto alla società sedentaria, rispetto a noi.
I noi non mettono lo stesso interesse verso l’organizzazione sociale dei rom, i loro usi e costumi.
Scoprirebbero che i rom hanno una organizzazione sociale che è spesso incompatibile con i nostri usi e costumi e leggi.
L’organizzazione sociale dei rom ha nella donna il centro economico. La donna ha una funzione fondamentale nel procurare i mezzi di sussistenza, crescere i figli e trasmettere tradizioni e cultura.
Nonostante la sua importanza operativa la donna zingara ha una posizione subalterna all’interno della famiglia, deve sottostare alle decisioni dei genitori prima e del marito poi, non consuma i pasti con gli altri membri della famiglia e i suoi contatti con la società esterna sono esclusivamente per chiedere l’elemosina e fare la spesa.
I matrimoni sono quasi sempre il frutto di un accordo tra le famiglie degli sposi, in genere ancora adolescenti, senza alcun contributo dei diretti interessati.
Una volta sposate, le donne entrano a far parte della famiglia del marito e devono accettare la sottomissione, oltre che al marito, anche ai suoceri.
Quando la vita con il marito o con i suoceri diventa insopportabile, si allontanano, pagando questo loro atto con la rinuncia dei figli che, secondo la tradizione, appartengono al marito: il sangue dei figli infatti sarebbe soltanto quello paterno.
E’ il maschio il dominatore assoluto e senza contraddittorio.
Quanto dolore nascosto e silenzioso in queste vite.
Se con l’andare del tempo, divenute suocere, sono proprio le donne rom i principali canali attraverso i quali si trasmettono gli usi e costumi appena visti, è proprio tra le giovani rom, più che fra i maschi, che si manifestano casi di ribellione a questo ordine costituito.
Oltre a ciò i rom sono formati da clan che possono essere in lotta tra di loro.
La situazione come si vede è molto complessa ed il problema della povertà è quasi sparito oscurato dal vero problema, quello della cultura nella quale la povertà è una variabile non un fatto costituzionale.
E’ la cultura il problema: la cultura che fa prigionieri quando è una cultura che non rende liberi.
C’è solo un momento nel quale la cultura rom e la società italiana si incontrano almeno potenzialmente alla pari: ed è nella scuola.
Certo la società italiana ha altri momenti di incontro più o meno istituzionali con i rom: assistenti sociali, opere varie in aiuto ai rom. Si tratta però pur sempre di assistenza: dove c’è l’assistenza non c’è parità.
E’ la scuola specie elementare, che in modo inaspettato e straordinario potrebbe riuscire ad essere il contenitore per un incontro di persone – nella fattispecie bambini - che ancora non totalmente integrate nelle proprie e rispettive culture tengono aperti contatti, come fossero spine universali, gli uni verso gli altri.
Certo la parità è solo potenziale, ma seduti tra i banchi i bambini rom e gli altri sono pur sempre nello stesso posto ed a fare la stessa cosa.
Certo la parità è pur solo generazionale: cioè tra i bambini di una stessa classe o scuola.
La parità di incontro anche nella scuola si ferma lì. Gli adulti della scuola siamo essi docenti e non docenti, seppur immersi totalmente nella propria cultura dovrebbero dare il massimo di sé, guardando i bambini rom e vedere nei loro occhi quello che i loro occhi hanno visto e vedono da quando sono nati.
Gli occhi dei bambini rom prima di chiudersi ed addormentarsi la sera dentro ad un furgone o ad una roulotte, vedono intorno a sé tre, quattro, cinque, sei e più fratelli accanto ai propri genitori. Fratelli che ridono piangono, litigano. Genitori che ridono, piangono si accoppiano.
Questo i piccoli occhi dei piccoli bambini rom vedono la sera e la notte se non dormono, in una promiscuità che non ha molto di umano secondo i nostri usi e costumi.
C’è ben poca poesia nella miseria.
Le mani dei bambini rom quando scrivono, non hanno una scrivania colorata su cui poggiare il quaderno. Scrivono probabilmente nell’indifferenza degli adulti rom che hanno intorno, perché la maggioranza di quegli adulti hanno una cultura per lo più orale e non scritta e considerano una perdita di tempo il fatto che i loro bambini stiano lì malamente a scrivere.
Nel migliore dei casi sanno che la scuola italiana li tollererà fino alla prima o seconda media. Poi i bambini rom verranno dalla scuola italiana ignorati con il grande sollievo specie dei maschi rom, capi clan che vedranno così confermato il perpetuarsi della propria cultura che li trova dominatori in un campo nomadi con qualche vecchio furgone o roulotte nel fango quando piove e nella polvere quando è estate.
Ci sono bambini rom, bambine specialmente, le più motivate al cambiamento, che alle elementari si impegnano. Hanno sete di conoscenza, hanno sete di avere amichette da ricevere in casa, da andare a trovare, ascoltare dischi assieme a loro. Ma non hanno casa in cui riceverle. Non sono gradevoli nel vestire e nell’aspetto. Non hanno docce sotto cui lavarsi se non, in quegli anni, quelle che si trovano nella scuola.
Fino a che la società italiana che è in una situazione di forza rispetto a quella rom, non avvicinerà di fatto gli usi e costumi dei rom a quelli previsti per ogni altro cittadino italiano, non potrà a cuor leggero giudicare ciò che i rom fanno verso la società che li circonda. Quello che fanno al loro interno infatti, compreso l'utilizzo dei bambini per produrre reddito, non interessa più di tanto.
Non sono i poveri il problema di Assisi, come non sono i rom il problema dell’Italia poiché hanno tolto più ricchezza sia materiale che morale agli italiani i vari stampatori e venditori di bond argentini od i vari protagonisti di reati finanziari.
Attendiamo dal sindaco di Assisi che emetta una ordinanza secondo la quale non debbano avvicinarsi a non più di 500 metri dalle chiese i pedofili, anche se sacerdoti.

martedì 13 maggio 2008

....190, 191, 192, 193, 194.

In Birmania il mare e l’acqua si sono scatenati contro gli abitanti. Non si conosce il numero dei morti ma è, per ora, nell’ordine di decine di migliaia. Ancora di più i dispersi.
La Cina ieri è stata colpita dal terremoto, anche qui i morti sono decine di migliaia ed i dispersi pure.
Pare che madre Natura in una settimana abbia deciso che in Birmania e in Cina ci fosse molta gente da eliminare.
Cosa avranno fatto in Birmania ed in Cina per meritarsi questi disastri che significativamente chiamiamo, quando sono di queste dimensioni, biblici?
Noi non lo sappiamo ma c’è qualcuno che dovrebbe darci una risposta: questa persona è il Papa.
Il Papa, il Vicario di Dio in terra.
Il Papa dovrebbe spiegarci, con l’aiuto dello Spirito Santo, perché l’altra settimana in Birmania e ieri in Cina, la Natura, la cui legge, Legge di Natura la dottrina della Chiesa riconosce e rispetta, ha colpito quei popoli. Ha colpito persona per persona, fissandone e distruggendone la vita nello stesso momento, tutto questo all’improvviso e senza che quasi le persone se ne potessero rendere conto.
La sacralità della vita è stata così non solo disattesa, ma del tutto ignorata dalla Natura che è, come tutto in questo mondo, governata da Dio.
Il Papa che legifera a tutto il mondo la Legge di Dio, ci dirà certamente perché è successo tutto questo.
Invece no. Per ora il Papa in questi giorni ha avuto in mente due cose: la festa della mamma e un numero, il 194. Gli altri numeri di questi giorni: 10.000 morti, 50.000 dispersi, 100/200.000 senza tetto e così via non lo hanno colpito?
La sacralità della vita tanto proclamata non è evidentemente devastata né da nubifragi, né da terremoti.
La sacralità della vita dell’uomo è insidiata parrebbe solo in Italia ed in particolare da una legge: la 194.
Dove non c’è il diritto c’è spesso qualcosa che si può spiegare con la magia.
Così abbiamo il Capo dello Stato della Città del Vaticano che indica, specificandone il numero, quali sono le leggi sbagliate della Repubblica Italiana.
Abbiamo la Repubblica Italiana il cui Presidente ed il cui Capo del Governo nulla dicono su questo.
E’ evidentemente normale che il Capo di uno Stato che non è l’Italia indichi quali sono le leggi buone o cattive in Italia. Se così è che cosa vanno a votare gli italiani, chi vanno ad eleggere se le leggi degli eletti possono in ogni momento essere delegittimate da un capo di Stato estero che per ironia della sorte ha sede nella stessa capitale della Repubblica Italiana?
La risposta è: nulla e nessuno.
Se è così la Repubblica Italiana è un simulacro.
Ciò si può spiegare solo con la magia.
Come è una situazione magica il fatto che la 194, la legge che regolamenta tra l’altro l’aborto, abbia in calce la firma di un cattolico dell’importanza di Andreotti.
Quando nel 1978 in Italia i cattolici conservavano il potere firmando leggi come la 194, mettevano il loro nome e cognome sotto la 194 per introdurre in Italia la possibilità legale dell’aborto.
Quando nel 2008 in Italia i cattolici, cambiato come si dice il vento, il clima, possono conservare od aumentare il potere abolendo la 194, si muovono con questo obiettivo.
E la difesa della vita dove è in tutto ciò?
Non c’è: la cellula, l’embrione, financo il povero e solitario spermatozoo sono mezzi per fare esistere non l’uomo, ma la Chiesa.
E’ questa la semplice e immorale morale della posizione della Chiesa verso la 194.
E’ la Chiesa che ha “il diritto” di esistere fino alla fine dei secoli per poter portare la Verità. L’uomo, la vita si può invocare o silenziare a seconda la bisogna: l’uomo nasce, vive e muore, la Chiesa resta. Il soggetto non è “l’uomo” o “la donna”, ma “l’esercizio della sessualità”.
Il posto che occupano l’uomo e la donna è il posto del loro utilizzo per assicurare lunga vita alla Chiesa.
Infatti il Signor Ratzinger, Benedetto XVI, il Papa – trinità terrena - affacciandosi ai balconi del suo palazzo e dai balconi televisivi, ha proclamato che:
“Se l’esercizio della sessualità diventa una droga che piega il partner ai propri desideri, allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero concetto dell’amore ma in primo luogo la dignità della persona. Non permettiamo che il dominio della tecnica abbia a inficiare la qualità dell’amore e la sacralità della vita” (Avvenire 11.5.2008, pag. 8 ).
Attendiamo indicazioni sul dominio della natura.
….190, 192, 193, 194 chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro.