domenica 17 marzo 2013
OGNUNO HA LA RIVOLUZIONE CHE SI MERITA
giovedì 22 maggio 2008
(1) - Maggio 2008 – Benedetto XVI visita la Liguria.
Papa a Savona: Nessuna pressione può far tacere la Chiesa.
Nell’omelia della messa celebrata in piazza del Popolo per oltre 30 mila fedeli ha lodato l’esempio di “serena fermezza” dato dal Pontefice Pio VII che riuscì comunque a far pervenire “messaggi, nascosti anche nei cestini della verdura”, impedendo in questo modo che Napoleone potesse procedere a nominare lui stesso i vescovi.
Questo è quello che ha detto in sintesi l’attuale Pontefice Benedetto XVI lodando il comportamento del suo collega Pontefice Pio VII verso Napoleone.
E’ utile per comprendere il grado di informazione ricevuta dai fedeli riuniti n piazza del Popolo, vedere cosa è anche successo tra Pio VII e Napoleone.
(2) - Luglio 1801 – Pio VII e il Concordato con la Repubblica Francese di Napoleone
Pio VII come molti altri papi prima e dopo di lui, concordò con il potente di turno. In quell’anno era Napoleone Bonaparte. Il Concordato sottoscritto da Pio VII e Napoleone riguardava sia cose temporali sia discipline ecclesiastiche e fu vergato come si legge “in considerazione dell’utilità che dal presente Concordato ridonda all’interesse della Chiesa e della religione.”
Al Concordato il Cardinale Legato Caprara, in nome della Santa Sede, premette le seguenti parole:
“Noi vi annunziamo, o Francesi, colla maggior gioja e colla più dolce consolazione, come un effetto della bontà del Signore, il fausto adempimento di ciò che fu l’oggetto delle sollecitudini del nostro Santissimo Padre Pio VII fin dai primi giorni del suo Apostolato, quello dei vostri voti i più sospirati, dei vostri desiderj i più fervidi, io voglio dire del ristabilimento della religione nel beato vostro paese, dopo tanti mali che avete sofferti. […]
L’utilità della Chiesa, il desiderio di conservar l’unità, la salute delle anime, furono i soli suoi motivi in tutto ciò che fece per adattare ogni cosa ai tempi e ai luoghi. Se quindi paragonasi il nuovo ordine stabilito negli affari ecclesiastici col disordine generale che vi esisteva prima, non v’ha alcuno che non debba rallegrarsi di vedere la religione cristiana ristabilita in tanto migliore stato. Sembrava essa quasi annichilita agli occhi di tutto il mondo; ed ora, sostenuta dalle leggi e protetta dall’autorità suprema del Governo, rinasce maravigliosamente. IL PRIMO CONSOLE della vostra Repubblica, A CUI DOVETE PRINCIPALMENTE UN SI GRAN BENEFIZIO, che venne destinato a restituire l’ordine e la tranquillità all’afflitta Gallia, SIMILE AL GRAN COSTANTINO, impresa la protezione della cattolica religione, lascierà di sé e de’ presenti tempi nei monumenti della Chiesa gallicana, un’eterna e gloriosa memoria.” (da Achille Gennarelli, La Politica della Santa Sede e gli atti del Buonaparte, Ed. G. Mariani, Firenze, 1862, pag . XV, XVI).
Oltre a paragonare Napoleone al “Gran Costantino”, la Chiesa nella persona di Pio VII riconobbe la Repubblica Francese. Tutti i vescovi precedenti, sia costituzionali che refrattari, furono sostituiti da altri, nominati dal Primo console, cioè da Napoleone, ed insediati dal papa. I vescovo poi dovevano giurare fedeltà alla Repubblica francese. Forte di questo Concordato Napoleone l’anno dopo, 1802, viene nominato, attraverso un plebiscito, console a vita.
(3) - Settembre 1803 – Pio VII e il Concordato con la Repubblica Italiana di Napoleone
(3) - Settembre 1803 – Pio VII e il Concordato con la Repubblica Italiana di Napoleone
Al Concordato con la Repubblica francese, si aggiunse nel 1803 un Concordato tra Pio VII e la Repubblica italiana che era sempre sotto il potere di Napoleone.
Il riconoscimento da parte di Pio VII della Repubblica italiana di Napoleone avveniva nonostante la Repubblica italiana fosse formata in gran parte da province pontificie:
“Per esso il Papa tratta con la Repubblica Italiana, formata in gran parte di pontificie province, e così la riconosce; non solo, ma accorda al Presidente di questa Repubblica la scelta di tutti gli Arcivescovi e Vescovi nella medesima compresi, cioè quelli di Bologna, Ravenna, Ferrara, Imola, Carpi, Cesena, Forlì, Faenza, Rimini. Comacchio. Non basta: concorda perfino la seguente formula di giuramento da prestarsi dai Vescovi e Arcivescovi – Io giuro e prometto sui Santi Evangeli ubbidienza e fedeltà al Governo della Repubblica Italiana. Similmente prometto che non terrò alcuna intelligenza, non interverrò in alcun consiglio, e non prenderò parte in alcuna unione sospetta o dentro o fuori della Repubblica, che sia pregiudievole alla pubblica tranquillità, e manifesterò al Governo ciò che io sappia trattarsi o nella mia diocesi o altrove in pregiudizio dello Stato.” (da Achille Gennarelli, La Politica della Santa Sede e gli atti del Buonaparte, Ed. G. Mariani, Firenze, 1862, pag. XIII, XIV).
Fino a qui la “serena fermezza” di Pio VII verso Napoleone lo aveva portato, tra l’altro, a concordare la nomina dei vescovi sia francesi che italiani da parte delle rispettive autorità civili, nonché a fare giurare gli stessi vescovi fedeltà alle rispettive repubbliche.
(4) - Dicembre 1804 – Pio VII a Parigi per l’incoronazione di Napoleone Imperatore
Il carattere del suo rapporto con la Chiesa aveva evidentemente concesso a Napoleone molti bonus. Il suo status continuò ad ingrandirsi.
L’autoincoronazione di Napoleone imperatore a Notre Dame a Parigi venne benedetta da Pio VII e la formula pontificale venne cambiata da “Imperatorem eligimus” in “Imperatorem consacratori sumus”, accompagnata dalle note del“Veni Creator Spiritus”.
L’anno dopo, 1805, Pio VII si troverà nel Duomo di Milano per la cerimonia l’incoronazione di Napoleone come Re d’Italia.
(5) - Pasqua 1808 – Napoleone diventa "Christianissimo imperatore nostro".
Nella primavera del 1808 anche la Toscana fu annessa all’impero napoleonico. Le autorità bonapartiste sollecitarono i vescovi toscani affinché riformassero la liturgia della Settimana Santa particolarmente in due punti. Il primo sostituendo alla classica preghiera per l’imperatore dei Romani un’orazione per Napoleone “Christianissimo imperatore nostro”.
Il secondo punto lo vedremo dopo.
I vescovi di Chiusi, Pienza, Pistoia, Prato, Pescia, Fiesole, Livorno, il vicario generale di Firenze, l’arcivescovo di Pisa si attivarono immediatamente prescrivendo ai rispettivi parroci che nelle funzioni della Settimana Santa in preparazione alla Pasqua del 1808 si pregasse per Napoleone.
Pio VII accettò l’iniziativa e si dichiarò d’accordo. In quella Settimana Santa si pregò nelle chiese toscane per Napoleone quale “Christianissimo imperatore nostro”.
(7) - Ancora Pasqua 1808 - Pio VII e gli ebrei perfidi.
Ma qui ora interessa il secondo punto lasciato in precedenza in sospeso cioè la richiesta da parte delle autorità bonapartiste di riformare nella Settimana Santa del 1808, cioè di cambiare l’espressione perfidis Judaeis presente nella solenne liturgia del Venerdì Santo, con altre meno definitive come “accecati giudei” o “giudaica cecità”.
Da Roma Pio VII rispose che se per Napoleone non c’era alcun problema nel considerarlo “Christianissimo imperatore nostro”, vi era il divieto assoluto di sostituire nella preghiera per la conversione dei Giudei, il “perfidi” con “accecati” o “perfidia” con “cecità”:
“Se si facesse ora un cambiamento parrebbe che la Chiesa avesse fin'ora errato, e riconoscesse ora negli ebrei non più un errore di malizia e di ostinazione, ma di semplice cecità e ignoranza”. (da Monsignor Giuseppe Croce, “Pio VII, il cardinal Consalvi e gli ebrei”, in “Pio VII papa benedettino”, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena).
(9) - Febbraio 1945 – Pio XII e gli ebrei perfidi, increduli
Siamo a Roma nel drammatico febbraio del 1945. Zolli già Gran Rabbino di Roma si è appena battezzato ed ha assunto il nome di Eugenio “proprio in ringraziamento a Papa Eugenio Pacelli per quello che aveva fatto nella assistenza agli ebrei”. Il convertito Zolli accompagnato dal gesuita padre Paolo Dezza si reca in udienza dal papa. Zolli domanda al papa di “togliere dalla liturgia quelle espressioni sfavorevoli agli ebrei come “perfidis judaeis”. Pio XII: “fece pubblicare la dichiarazione che “perfidi” in latino significava “increduli” (in “L’Osservatore della Domenica” 28 giugno 1964, articolo “Si lamentano che il Papa non parla ma il Papa non può parlare” pag. 69).
E’ evidente che perfidi in latino non significa increduli. Basta consultare un Vocabolario della Lingua Latina (come il Loescher 1966 nuova edizione 1990) che alla voce perfidus si può leggere:
“perfido, sleale, ingannatore, traditore, pericoloso; sono sleali tutti quelli che fingon di fare una cosa
e ne fanno un’altra”.
Colpisce come la descrizione del vocabolo perfidus sembra la summa di ciò che è stato detto degli ebrei negli ultimi due millenni.
Oltre a ciò, bisogna aggiungere che i fedeli cattolici avevano nei loro Messali in essere durante e dopo il pontificato di Pio XII – fino al Concilio Vaticano II – la traduzione che in italiano definiva i Giudei “perfidi”.
Precisamente nel Messale Vesperale Latino-Italiano edito dalla Casa Editrice Pontificia nel 1957, si leggeva nella liturgia del Venerdì Santo, seconda parte “Le preghiere solenni”, la seguente preghiera:
“Per la conversione dei Giudei. – Preghiamo anche per i perfidi Giudei, affinché il Signore tolga il velo che copre i loro cuori e così riconoscano anch’essi Gesù Cristo nostro Signore.
Orémus. V. Flectàmus génua.- R. Levate.
O Dio onnipotente ed eterno, che non escludi dalla tua misericordia neppure i perfidi Giudei, esaudisci le preghiere che ti rivolgiamo per quel popolo accecato, affinché riconosca Cristo, luce di verità, e così sia liberato dalle tenebre. Te lo chiediamo in nome dello stesso Gesù Cristo.”( Messale Vesperale Latino-Italiano, Casa Editrice Pontificia, 1957, pag. 145, 146).
Era accaduto che Pio XII veniva smentito dalla Casa Editrice Pontificia, praticamente smentiva se stesso.
Bisognerà aspettare il XX secolo, il 1962 e Giovanni XXIII perché l’espressione perfidi giudei venga eliminata dalla preghiera del Venerdì Santo.