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sabato 3 agosto 2013

SPECULARI NEI COMPORTAMENTI, OVVERO, DELL’UTILIZZO DEI PARLAMENTARI


Vediamo in on line come si sta comportando Silvio Berlusconi dopo essere stato condannato definitivamente per avere commesso reati gravissimi specie per un ex Capo del Governo ed attuale leader di un partito che è al Governo del Paese.
Lungi dall’affrontare le conseguenze dei comportamenti delittuosi che lui in prima persona ha praticato secondo la sentenza irrevocabile della Corte di Cassazione, manda avanti quelli che lui ha sempre considerato come propri dipendenti: cioè i suoi parlamentari, che sono pur sempre stati eletti sia pure con una legge “porcellum”, dagli elettori e non da lui.
Convoca i suoi capi gruppo in una delle sue tante ville e detta il loro comportamento: o la grazia per sè del Presidente della Repubblica o tutti i parlamentari, nessuno escluso, rassegneranno le dimissioni e non ci sarà così più né parlamento, né governo.
Qualcuno gli dica che chiedere la grazia equivale ad ammettere le proprie colpe, ad ammettere che non c’è nessun accanimento giudiziario: il contrario di quello che lui  dice continuamente. Non si chiede infatti la grazia per qualcosa che non si è commesso, piuttosto se si tiene ad affermare la propria innocenza se ne sconta la pena.
Ma come ogni condottiero “che ne sa”, anche il Capo del PdL, conduce gli altri alla guerra. Sta dietro e non davanti alle proprie truppe. Sospinge in avanti financo i propri figli pur di sfuggire alle conseguenze di comportamenti delittuosi che lui in prima persona ha praticato: “L'ex premier pensa a Marina come erede. Con lei resterebbe nel simbolo la scritta "Berlusconi presidente". Il suo unico cruccio: finirebbe nel mirino dei pm di Milano”, si legge  alle ore 8,23 di stamane 3 agosto sul quotidiano di famiglia “Il Giornale” nel formato www.il giornale.it.
Colpisce il fatto che nessuno dei parlamentari eletti nelle liste del PdL ha espresso sia un pur minimo dissenso sulla linea dettata dal loro Capo. Tutti dipendenti dal Capo.
Ripensandoci gli unici che si sono resi indipendenti da Berlusconi in questi ultimi anni sono stati politici della qualità di Casini e Fini che appartengono al mondo politico del “prima di Berlusconi”.
Questo dà la dimensione della nano statura dei politici nati e operanti nel mondo del “dopo Berlusconi”. Politici dipendenti totalmente da lui, che fanno apparire come giganti, travet della politica come Casini e Fini.
I dipendenti sono stati e sono molto di moda nella politica italiana.
Ieri: chi non seguiva i dettami “del Migliore”  Togliatti nel PCI veniva espulso e definito “pidocchio” in una criniera di cavallo (il cavallo di razza era il PCI).
Oggi: oltre che nel PdL, anche nel M5S, il suo leader Beppe Grillo, considera “dipendenti” i propri parlamentari, ed anzi vorrebbe per renderli ancora più dipendenti cambiare un articolo della Costituzione.
Scriveva il  depositario del simbolo "Movimento 5Stelle" il 3 marzo scorso: 
"L'articolo 67 della Costituzione recita: 'Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato'. Questo consente la libertà più assoluta ai parlamentari che non sono vincolati né verso il partito in cui si sono candidati, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori. Insomma, l'eletto può fare, usando un eufemismo, il cazzo che gli pare senza rispondere a nessuno''.

Il comportamento che hanno oggi i parlamentari del PdL, cioè quello di eseguire ciò che decide Silvio Berlusconi depositario del simbolo del Popolo delle Libertà, è quello che Grillo si auspica possa essere fissato per legge: rendere totalmente dipendenti dal proprietario del simbolo politico, che può anche non essere in Parlamento,  i propri parlamentari.
Sono i comportamenti prima dei programmi che fanno distinguere gli uni dagli altri.
Nella teorizzazione e nella prassi del “vincolo del mandato” – condannato dalla Costituzione - il Movimento 5 Stelle ora all’opposizione e il Popolo delle Libertà ora al Governo (nessuno dei due si definisce partito) sono indistinguibili.

venerdì 31 maggio 2013

PIERO CALAMANDREI IN DIFESA DELLA SCUOLA PUBBLICA


11 febbraio 1950 - III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale, brano centrale del discorso tenuto da Piero Calamandrei.


“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto:
- rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
- attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
- dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico!
Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. » la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].
Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell'art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: "Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato". Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...].".

martedì 28 maggio 2013

IL SENSO DELLA SCUOLA PUBBLICA

Per gli amanti del "buon senso" un notizia non bella.
Non esiste né il "buon senso" né viceversa il "cattivo senso".
Con senso si esprime la "facoltà di sentire, ricevere, impressioni prodotte da stimoli esterni".
Quindi c'è il senso o il non senso.
La scuola pubblica ha certamente senso, questo:
"Anche i fanciulli e le fanciulle hanno un dovere da compiere: quello d'istruirsi. Anticamente non vi erano scuole pubbliche e i genitori che volevano fare istruire i loro figlioli dovevano mandarli da maestri privati e pagarli bene; i poveri, quindi, restavano ignoranti. Oggi, invece, non è più possibile essere ignoranti. Ci sono infinite scuole pubbliche alle quali non solo possono andare, ma devono andare tutti i bambini. L'istruzione oggi è obbligatoria e la legge punisce i genitori (facendo pagare una multa) che non mandano a scuola i loro figli."(La Scuola in azione, anno XII, n. 8, 4 dicembre 1910, pag. 121).
Questo scrivevano i nostri predecessori che nel 1910  stavano costruendo la scuola pubblica in Italia. Anche per questo sono morti nel Risorgimento: Ugo Bassi e a poco più di venti anni Goffredo Mameli, nell'antifascismo a 25 anni Piero Gobetti, nella Resistenza tanti giovani sconosciuti che hanno contribuito a scrivere nella Costituzione Italiana che la Repubblica: "istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi".
Ci si augura che il senso dei più abbia la  facoltà di sentire, ricevere, impressioni prodotte da questi stimoli esterni.

martedì 9 aprile 2013

DA VECCHIO COMUNISTA NAPOLITANO CERCA LE GRANDI INTESE NEGATRICI E DISTRUTTIVE DELLA POLITICA.



È nei momenti topici che per il Partito Comunista Italiano è stato normale cercare l’accordo con il potere costituito qualunque esso fosse.
Era stato normale che nell’agosto 1936 il PCI pubblicasse su Lo Stato operaio un appello “Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!” che inneggiava, con tanto di punti esclamativi, al programma fascista del 1919:
“Popolo Italiano!
Fascisti della vecchia guardia!
Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori….”
Appello che terminava con un:
“Diamoci la mano, figli della nazione italiana! Diamoci la mano, fascisti e comunisti, cattolici e socialisti, uomini di tutte le opinioni. Diamoci la mano e marciamo a fianco a fianco….”.
(I brani dell’appello in Vittorio Vidotto, Il Partito Comunista italiano dalle origini al 1946, Ed. Cappelli, Bologna, 1977, pag. 314ss).
Questo appello venne firmato dai maggiori dirigenti del PCI, primo firmatario: Palmiro Togliatti.
Nel 1947 la cosa si ripeté, questa volta la collaborazione da cercare non era più con i fascisti, ma con i democristiani.
Sotto la presidenza del comunista Terracini si riunì l’Assemblea Costituente nella seduta pomeridiana del 25 marzo 1947, per votare l’art. 7 della Costituzione, quello che recepì i Patti Lateranensi del 1929 e li mise nella Costituzione nata dalla Resistenza.
I parlamentari democristiani che non erano certi del voto favorevole dei colleghi comunisti, ignari dei contatti ufficiosi tra Togliatti e De Gasperi in favore dell’art. 7, gridarono contro Togliatti, che rispose:
“Sono convinto che in un consesso di prelati romani sarei stato ascoltato sino alla fine con più sopportazione di quanto voi non mi abbiate ascoltato.”
(in Capitini Aldo, Piero Lacaita, stato sovrano e ipoteca clericale. Gli Atti dell’Assemblea Costituente sull’art. 7, Lacaita Ed., 1959, pag. 483).
Dal ché  si può capire che Togliatti avrebbe preferito parlare della Costituzione italiana più con i prelati vaticani che non con i parlamentari italiani.
Andiamo avanti. Le “larghe intese” a cui si riferisce in questi giorni Napolitano negli anni ’70 quando furono teorizzate venivano chiamate “compromesso storico”, cioè compromesso, collaborazione tra DC e PCI “per la salvezza nazionale”.
Compromesso storico per la salvezza nazionale che trovò il suo culmine - praticamente il suo inizio e la sua fine - nei giorni dell’uccisione dei cinque uomini - Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi -  della scorta di Aldo Moro e del suo rapimento e poi uccisione, ad opera  delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978.
Strage di via Fani e procedura d’urgenza per la fiducia al governo monocolore DC presieduto da Giulio Andreotti, andarono quasi in parallelo. Andreotti ottenne il voto anche dei comunisti. Ebbe così la fiducia della quasi totalità del Parlamento.
Praticamente un Parlamento senza opposizione, un parlamento del 100%.
Riassumendo. 
Nel 1936 quell’ “appello ai fratelli in camicia nera”, fu un vero e proprio disastro politico, perché aveva dato una dignità un riconoscimento al fascismo e nel contempo svuotato di ogni significato il sacrificio fatto fino ad allora dagli antifascisti che avevano in molti, perso la vita od erano imprigionati. Fascismo che di lì a poco avrebbe prodotto le leggi razziali e avrebbe partecipato alla II guerra mondiale con un esito disastroso.
Negli anni ’70 il compromesso storico ebbe pure lui ricadute negatrici e distruttive della politica: andò a sfociare in un monocolore Andreotti e diede la dignità di oppositori agli assassini delle Brigate Rosse.
I partiti si convinsero che potevano fare tutto ed il contrario di tutto: non c’era più ideologia, non c’era più idea di fondo, progetti per il futuro – vero o falso che fosse - ma solo ed unicamente ginnastica del potere per il proprio interesse.
Gli anni del compromesso storico lungi dall’avere riempito di nuove possibilità la democrazia fondata sulla nostra Costituzione, hanno preparato il terreno “del tutti sono uguali”, “non c’è più né destra, né sinistra”, “la meritocrazia è l’unico metro con il quale si misura la persona (chi misura chi?)”, “il PIL è l’unico metro con il quale si misura un Paese (chi misura chi?)”, “è la legge di mercato”, ed altre amenità come queste.
Siamo giunti così ai nostri giorni al grido di “Viva la democrazia, abbasso le elezioni”.
Abbiamo avuto nell’ultimo anno un Governo che ha fatto decreti “Salva Italia” e chiesto ed ottenuto fiducie dalla quasi totalità del Parlamento.
Un governo però il cui Presidente ed i cui Ministri si sono autoproclamati tecnici e non sono stati eletti da nessuno. Governo cooptato dal Presidente della Repubblica Napolitano nella persona del Presidente del Consiglio che a sua volta ha cooptato i propri Ministri.
Di “larghe intese” in “larghe intese” le intese sono diventate talmente larghe che comprendono oramai tutto: si può essere capo del governo ed ottenere la fiducia del Parlamento indifferentemente anche se non eletti (Governo Monti). Si può diventare capo del governo in nome del puro liberalismo privato principalmente perché in possesso  della concessione delle frequenze TV pubbliche, di tutti noi (Governi Berlusconi).
Domani si potrà diventare capo del governo non essendo né capo del governo, né eletto in Parlamento, ma semplicemente perché titolare unico ed assoluto di un sito WEB (vedi non-governo Grillo).
Le leadership plebiscitarie, di Berlusconi, Monti e Grillo (che da buon ultimo vuole il 100% dei consensi e si vanta che nel M5S estremisti di destra e di sinistra si abbracciano) sono i frutti delle larghe intese.
Certo Presidente «Ci volle coraggio in quella scelta inedita di larga intesa».
Ci volle un bel coraggio.

martedì 5 marzo 2013

TRA FOLCLORE RAZZISTA E FASCISMO SPRANGAIOLO




La Capogruppo alla Camera del M5S eletta il 4 marzo 2013 dai suoi colleghi ha espresso il suo pensiero sul fascismo con un post del 21 gennaio 2013 scrivendo: “Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l'ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.”. Poi precisandolo con un post del 4.3.2013.
In attesa di abolire i sindacati previsti all’art. 39 da quella Costituzione che il M5S prevede nel suo programma di insegnare (siamo al Gioca jouer di Claudio Cecchetto), la Capogruppo del M5S quando entrerà per la prima volta nella Camera dei deputati si ricordi che lì in uno di quegli scranni è stato seduto Giacomo Matteotti vittima di quel folcloristico fascismo “razzista e sprangaiolo” che con una folcloristica azione lo ha prima rapito, poi sprangato quindi ucciso (se vogliamo dire così) folcloristicamente.
La Capogruppo del M5S quando per la prima volta si alzerà dal suo scranno alla Camera dei deputati, lo pulisca bene quello scranno perché con una probabilità su 630, Dio non voglia,  può essere lo scranno in cui sedeva Matteotti.

P.S. - I colleghi senatori e deputati della Capogruppo del M5S vadano a leggere i due post del 21 gennaio 2013 e 4 marzo 2013, ne chiedano conto e la facciano dimettere da deputato poiché fino a nuova Costituzione oggi in Italia:
“Art. 67 - Ogni membro del Parlamenti rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”, e l’Italia è una Repubblica democratica antifascista.
Per tutti gli altri: andate anche voi a leggere il blog della Capogruppo alla Camera dei deputati M5S ed anche il suo “Chi sono” e poi implodete.

giovedì 29 maggio 2008

(5) Sistema fiscale italiano: una mutazione costituzionale

L’articolo 15 della Costituzione, nella parte dedicata ai Diritti e Doveri dei cittadini, recita al paragrafo uno:
”La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.”
Significa che una busta con sopra il nome di un cittadino può essere aperta solo dal cittadino stesso. Quella busta, così come il domicilio e la libertà personale di ognuno di noi è inviolabile.
Dopo la riforma fiscale degli anni ’70 invece nella busta paga dei lavoratori dipendenti “mette le mani” il datore di lavoro, facente funzione nell’ordine: dello Stato, della Regione, della Provincia, del Comune. Solo dopo quelle incursioni il lavoratore ha tra le mani la sua busta paga che “apre” per ultimo e nella quale trova ciò che è rimasto delle varie sottrazioni.
Ecco perché non percepisce né il numero delle imposte né la quantità di denaro che ha versato
perché in effetti lui non versa nulla e quindi non può percepire una cosa che non fa.
E’ questa la grande trovata a cui negli anni ’80 si aggiungerà il meccanismo dell’8 per mille e quello del 5 per mille, che nessuno versa materialmente.
L’approdo di questa mutazione genetica avvenuta negli anni ’70 è stato in questi giorni la possibilità che in modo anonimo ed attraverso internet si potesse accedere alla visione del reddito, gli uni degli altri.