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venerdì 4 ottobre 2013

L' INSIGNIFICANZA DI UN NON



Nel marzo scorso il sito di Beppe Grillo ci informava che:
“Il M5S è nato, per scelta, il giorno di San Francesco, il 4 ottobre del 2009. Era il santo adatto per un MoVimento senza contributi pubblici, senza sedi, senza tesorieri, senza dirigenti.”
Forse memore di ciò oggi 4 ottobre 2013 festa di Francesco d’Assisi, un non-dirigente del M5S, un non-parlamentare, un non-portavoce, un non appunto, ha messo in rete la foto di un poster affisso a Roma in cui si legge:
"Odiato dai poteri forti, amato dalla gente, cuore azzurro, Silvio non mollare!".
Il non-parlamentare 5S a commento scrive francescanamente:
“Vito Crimi – pagina
10 ore fa
“Ma vista l'età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali e l'ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con "Non mollare" non è che intende "Non rilasciare peti e controlla l'incontinenza" (cit. Paola Zanolli)-(https://it-it.facebook.com/vitoclaudiocrimi).

Pace e bene.

lunedì 18 marzo 2013

FRANCESCO NON HA MAI RISCHIATO DI ESSERE BRUCIATO COME ERETICO


Immancabile in ogni pensiero totalitario che si rispetti c’è il momento mistico o esoterico: è arrivato anche per beppegrillo.it.
Si reinterpreta la storia alla luce di sé stessi e la si piega a propria immagine a propria somiglianza. 
Ha scritto sul suo blog beppegrillo.it:
“L'importanza di chiamarsi Francesco. Nessun papa ha mai avuto il coraggio, perché di vero coraggio si tratta, di chiamarsi Francesco. Il santo che la Chiesa voleva bruciare come eretico, il poverello di Dio che si scagliò con il solo esempio contro la lussuria dei cardinali del suo tempo.” 
Esempio di come due semplici righe moltiplicate per tutti quelli che le leggono e non hanno letto nulla di Francesco d’Assisi, possano diventare la verità: la ripetitività è verità!
Francesco sarebbe “Il santo che la Chiesa voleva bruciare come eretico”.
Francesco d’Assisi ha lasciato pochi scritti, ma quei pochi che ha lasciato hanno un punto chiaro e fermo: l’obbedienza al Papa ed alla Chiesa.
Al tempo di Francesco si trattava di obbedire ad una Chiesa potente ed a Papi del calibro di Innocenzo III.
Tra i suoi scritti più importanti Francesco ha lasciato le Regole del suo ordine che hanno come primo punto l’obbedienza al Papa ed alla Chiesa:
la Regola del 1221 che è generalmente chiamata la “Prima Regola” (sebbene indubbiamente vi debba essere stata una prima regola che Innocenzo III accolse da Francesco d’Assisi nel 1209 ed approvò oralmente, oggi perduta) non bollata dal Papa ma che approvò e che inizia così:
 “Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Questa è la norma di vita, che frate Francesco supplicò gli venisse concessa e confermata dal Papa Innocenzo.
Ed egli la concesse e la confermò per sé e per i suoi frati presenti e futuri. Frate Francesco e chiunque sarà capo di questo ordine promette obbedienza e reverenza al Papa Innocenzo, e promette di obbedire ai suoi successori.”
la Regola del 1223, detta regola bollata, cioè approvata da Onorio III con la bolla Solet Annuare del 29 nov. 1223, inizia così:
“La regola e la vita dei frati minori è questa: osservare cioè il santo Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo, vivendo l’obbedienza, senza nulla di proprio, e in castità. Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor Papa Onorio, e ai suoi successori canonicamente eletti, e alla Chiesa romana. E gli altri frati sono tenuti a obbedire a frate Francesco  e ai suoi successori.”
Per capire chi fosse Innocenzo III,  la Chiesa che presiedeva ed a chi ha ubbidito Francesco,  è utile leggere un brano della lettera di Innocenzo III “Sicut universitatis conditor” del 30 ottobre 1198, che contiene la celebre metafora del sole e della luna:
“Come Dio, creatore dell’universo, ha creato due grandi luci nel firmamento del cielo, la più grande per presiedere al giorno e la più piccola per presiedere alla notte, così egli ha stabilito nel firmamento della Chiesa universale, espressa dal nome di cielo, due grandi dignità: la maggiore a presiedere – per così dire – ai giorni cioè alle anime, e la minore a presiedere alle notti cioè ai corpi.  Esse sono l’autorità pontificia e il potere regio. Così, come la luna riceve la sua luce dal sole e per tale ragione è inferiore a lui per quantità e qualità, dimensione ed effetti, similmente il potere regio deriva dall’autorità papale lo splendore della propria dignità e quanto più è con essa a contatto, di tanto maggior luce si adorna, e quanto più ne è distante tanto meno acquista in splendore.”(Franco Gaeta, Pasquale Villani, Documenti e Testimonianze, Principato Ed. Milano, 1972, pag. 100, 101).
Per capire quanto fosse estraneo Francesco ad ogni richiamo ereticale e fosse percepito come tale, basta vedere cosa accadde nel 1209 a chi la Chiesa considerava eretici.
Nel 1209 Innocenzo III indice la crociata contro i catari.
Il 22 luglio 1209 tutta la popolazione di Béziers, circa quarantamila persone,  è massacrata nella presa della città da parte dei crociati che proseguono la crociata contro gli albigesi prendendo anche Carcassonne, Albi, Pamiers e Mirepoix.
Nel 1209 Francesco e i suoi pochi primi fraticelli si recano e sono ricevuti da Innocenzo III per farsi approvare la regola.
Tutti i 17 anni di pontificato di Innocenzo III saranno poi improntati alla lotta contro gli eretici:
“energico, autoritario, esponente di un partito d’azione formatosi a Roma sotto il debole Celestino III suo predecessore, egli si profonde nella lotta. Vigila su tutto e su tutti. Vorrebbe, come Argo e Briareo, aver cento occhi e cento braccia.
Adopera a volta a volta i modi blandi ed i modi energici, è seduttore e violento.
Lavora a tener nel pugno, come maneggevole strumento, il clero […] La sua penna corre instancabile sulla pergamena per ammonire, esortare, minacciare, consigliare.” (G. Volpe, religiosi e sette ereticali, Ed. Sansoni, Firenze, 1972,   pag. 82).
Francesco d’Assisi non si è mai interessato delle persecuzioni contro gli eretici, né ha mai scritto nulla in loro difesa od in loro accusa: semplicemente non esistevano per lui tutto concentrato sulla sua povertà.
Eppure Francesco conosceva la realtà catara:
“Venuto su in una regione piena di Catari, anzi in una città che al principio del XIII sec. chiamò al reggimento comunale un eretico, l’uomo d’Assisi, spogliatosi  pur esso dei lucri mercantili a benefizio dei poveri, ha, come Pietro Valdo, per ideali direttivi la povertà, la vita  apostolica, il risveglio delle anime con la predicazione. Ai Poveri di Lione e Poveri Lombardi corrispondevano i Poverelli di S. Francesco. Non diversamente da Valdesi e dalle altre sette, la più antica comunione francescana ha e vuole intimità di spirito fra uomini e donne. Non diversamente dai Catari e dagli Umiliati, vuole anche esso lavorare manualmente” (G. Volpe, religiosi e sette ereticali, Ed. Sansoni, Firenze, 1972,  pag. 59).
Gli eretici potevano venire bruciati e uccisi sì per le dottrine non ortodosse che professavano o per le critiche che facevano alla Chiesa. Ma la ragione prima e ultima era sempre una: perché non obbedivano alla Chiesa ed al Papa. Questa in definitiva era la sola ed unica ragione per la quale erano out.
Gli obbedienti al Papa ed alla Chiesa hanno potuto fare poi tutto quello che volevano dentro la Chiesa: fare o i super ricchi o i super poveri.
Francesco ha scelto di fare il povero. Tra lui, Valdo o un qualsiasi cataro non c’era molta differenza né di aspetto, né di condizione di vita: l’unica basilare differenza era che Francesco obbediva alla Chiesa e che Valdo o un cataro non le obbedivano.
La sola disobbedienza che praticò Francesco fu quella contro suo padre. Nella primavera del 1207 quando Francesco si ribellò a suo padre Pietro di Bernardone, si spogliò di tutto anche dei vestiti, rimase nudo e si mie sotto la protezione del vescovo di Assisi Guido II massima autorità della Chiesa in quella città.
Da allora non smise mai più di obbedire alla Chiesa e la Chiesa non fu così miope da contrastare un suo fedele obbediente che poteva essere contrapposto ai movimenti ereticali dell’epoca. Francesco e la sua povertà divennero da allora un deposito prezioso dal quale la Chiesa poté e può attingere e utilizzare come e quando vuole.
Per quanto riguarda l’affermazione che “il poverello di Dio si scagliò con il solo esempio contro la lussuria dei cardinali del suo tempo” si può solo rilevare che nei suoi Ammonimenti  capo XXVI, Francesco scrisse di non giudicare i chierici, il corpo sacerdotale:
“Beato il servo di Dio che ha fiducia nei chierici, i quali vivono rettamente secondo le norme della santa Chiesa romana, e guai a quelli che li disprezzano: infatti anche se sono peccatori, nessuno deve giudicarli, perché solo il Signore stesso riserva a sé il diritto di giudicarli. Infatti, di quanto è più grande di tutti il loro ministero, che esercitano intorno al santissimo corpo e al santissimo sangue del nostro Signore Gesù Cristo, che essi ricevono e solo amministrato agli altri, di tanto più grande è il peccato di coloro che peccano contro di essi, che se peccassero contro tutti gli altri uomini di questo mondo.”
Francesco era pienamente un uomo del medioevo. Aborriva i libri, i suoi frati non li potevano possedere. Era obbediente e aveva una unica preoccupazione essere povero ed ultimo. E’ stata questa la sua grandezza: non predicava la povertà, ma la viveva.
La sua povertà era esistenziale non dottrinale. Non faceva sottoscrivere a nessuno regole da seguire: la sua regola era il Vangelo e l’essere povero.    
Nell’orizzonte di Francesco quindi non potevano neppure esistere le opere sociali, poiché uno povero veramente non ha alcuna risorsa per fare del bene agli altri.
Lui rispetto alle opere sociali era quello che doveva essere aiutato non quello che aiutava.
Per chi è interessato ecco una piccola raccolta bibliografica di testi riguardanti Francesco d’Assisi:
Fra  Tommaso da Celano, Vita di S. Francesco d’Assisi e Trattato dei Miracoli;
Tutti gli scritti di San Francesco; I Fioretti di San Francesco;
Frate Leone e compagni, S. Francesco d’Assisi; I fiori dei tre compagni;
Beato Egidio di Assisi, I detti; Frate Leone, Lo specchio di perfezione;
Le sacre nozze del beato Francesco con Madonna Povertà; La leggenda dei tre compagni;  Paul Sabatier, Vita di San Francesco; J. Joergensen, San Francesco d’Assisi; L. Savatorelli, Vita di San Francesco d’Assisi, P. Dallari, Il dramma di Frate Elia; G. E. Lovrovich, Jacopa dei Settesoli.

mercoledì 11 febbraio 2009

11 febbraio 2009, 80° anniversario del Patti Lateranensi

La Santa Sede, Cardinali e Vescovi cattolici non potevano festeggiare, da parte loro, nel migliore dei modi gli 80 anni trascorsi dalla sottoscrizione dei Patti Lateranensi.
Nel 1929 misero la loro firma accanto a quella di Benito Mussolini che già potente padrone assoluto del governo dell’Italia, diventava per Pio XI l’uomo della Provvidenza.
Un uomo della Provvidenza che aveva nel suo studio attaccato al muro uno stendardo nero raffigurante un teschio bianco con stretto tra i denti un pugnale.
Un uomo della Provvidenza che aveva sulla sua scrivania a mo’ di ferma carte, una pistola e bombe a mano.
Un uomo della Provvidenza che si era assunta, tra le altre cose, la responsabilità politica dell’assassinio di Giocano Matteotti.
Nel 2009 Cardinali, Vescovi nonché il giornale della CEI Avvenire, hanno messo la firma sotto le accuse di assassinio di Eluana Englaro, infierendo così su un uomo, Beppino Englaro, debolissimo uomo devastato dal dolore ormai da quasi due decenni.
Ma questo è un comportamento di routine per la Santa Sede.
Benedetto XVI nel recente viaggio negli Stati Uniti, Paese nel quale vige la pena di morte comminata dallo Stato, non ha rivolto verso il potente presidente USA nessun anatema, né ha affermato che lo Stato non può togliere la vita sia pure ad un assassino.
Benedetto XVI rientrato in Italia ha ritrovato la sua cultura per la vita che evidentemente aveva lasciato sopra la sua scrivania prima di partire, scaricando questo amore sulle spalle di Beppino Englaro.
Nell’anniversario dei Patti Lateranensi la Santa Sede non poteva spiegare meglio il suo amore per la vita.


Didascali Originale: Lo studio del Duce, visto dalla sala dei redattori. Infondo il Suo tavolo.






Didascali Originale: La scrivania alla quale per molti anni Benito Mussolini ha lavorato.




giovedì 15 maggio 2008

rom, zingari, nomadi

In Italia si va ad ondate di emergenze. Di volta in volta gli addetti all’informazione mettono in primo piano le categorie “più colpevoli”.
Solo una settimana fa ad Assisi il sindaco ha emesso una ordinanza che vieta a chi lo fa, di chiedere l’elemosina - accattonaggio è il termine usato che mette non solo in inferiorità ma denota un potenziale delinquente – ad una distanza inferiore ai 500 metri da una chiesa.
Ora ad Assisi, tra S. Rufino, Santa Chiara, Basilica inferiore e superiore, in centro e San Damiano, Rivotorto e la Porziuncola, fuori le mura, per dire solo le più note, vi sono chiese in ogni dove.
Conseguenza: nessuno può più chiedere l’elemosina senza commettere un reato.
L’Assisi di oggi è lo specchio dell’Ordine riorganizzato dall’efficiente e pragmatico Frate Elia successore di Francesco, e non la proposta di vita senza glossa voluta da Francesco che ha riscattato la povertà ed il povero, chiamando la prima Madonna Povertà e il secondo frate, fratello.
Ma la proposta di vita di Francesco d’Assisi era talmente esistenziale che non poteva essere trasposta in un Ordine sia pure mendicante.
Oggi c’è rimasto infatti l’Ordine ma non più il mendicante che viene allontanato dal sagrato di ogni chiesa di Assisi secondo la più ferrea tradizione, dall’autorità civile, poiché la Chiesa, quando può, preferisce che di queste cose se ne occupi l’autorità civile.
C’è poi da chiedersi quale concetto il sindaco di Assisi abbia dei suoi cittadini, ed i frati dei loro fedeli assisani. Se davanti alle chiese o nei loro pressi la presenza dei medicanti è un disturbo, dovrebbe esserlo anche davanti o nei pressi delle case degli abitanti di Assisi.
Si attendono chiarimenti.
Regolamentati i poveri in Assisi, oggi in prima pagina sui giornali campeggiano i rom.
I rom sono brutti, sporchi e cattivi: sono i classici indifendibili della società.
Noi, i sedentari, siamo malvisti dai rom. Loro i rom, sono malvisti da noi sedentari.
C’è un razzismo a senso doppio.
Chi pensa che la bontà risieda, perciò stesso, nella povertà o nell’indigenza fa del buonismo a scopo di lucro ideologico.
Francesco d’Assisi – per riprendere l’esempio di prima - ha colpito, è rimasto nella storia non perché era povero, ma perché era un ricco diventato povero.
Ha scelto la povertà e per questa scelta ha rinunciato ad un sacco di cose: la povertà significa anche, ce lo ha detto Francesco con la sua vita, rinunciare a formare una famiglia.
Tenerissima la scena di Francesco che modella alcuni pupazzi di neve e dice commosso che quella era la sua famiglia alla quale aveva rinunciato.
I poveri in quanto tali non fanno notizia o se la fanno è molto spesso perché infastidiscono.
Quindi sgombriamo subito il campo da tutto quella letteratura pietistica che dipinge il romanticismo della povertà come quelle statue con il capo piegato, gli occhi imploranti che ringraziano in eterno l’eventuale benefattore anche se con loro non sarà tale.
Ci è stata tramandata sì la memoria – l’unica – di un Vescovo, nella fattispecie quello di Assisi, che ha coperto un povero nudo con il suo mantello: quel povero era appunto Francesco che aveva appena fatto l’ultimo atto da ricco disfandosi dei suoi vestiti.
Non ci è stata tramandata memoria di un Vescovo che ha coperto con il suo mantello un povero nato tale.
Si c’è stato nel IV secolo Martino che ha dato metà del suo mantello di lana ad un povero seminudo, ma quando lo ha fatto era un soldato romano. Solo in seguito è diventato Vescovo di Tours.
E poi i rom di cui si parla oggi sui giornali non sono affatto i poveri pietosi o che vogliono impietosire: se lo fanno, impietosire, è spesso “per lavoro”.
Ci si ferma spesso, e spesso solo, sull’attività dei rom rispetto alla società sedentaria, rispetto a noi.
I noi non mettono lo stesso interesse verso l’organizzazione sociale dei rom, i loro usi e costumi.
Scoprirebbero che i rom hanno una organizzazione sociale che è spesso incompatibile con i nostri usi e costumi e leggi.
L’organizzazione sociale dei rom ha nella donna il centro economico. La donna ha una funzione fondamentale nel procurare i mezzi di sussistenza, crescere i figli e trasmettere tradizioni e cultura.
Nonostante la sua importanza operativa la donna zingara ha una posizione subalterna all’interno della famiglia, deve sottostare alle decisioni dei genitori prima e del marito poi, non consuma i pasti con gli altri membri della famiglia e i suoi contatti con la società esterna sono esclusivamente per chiedere l’elemosina e fare la spesa.
I matrimoni sono quasi sempre il frutto di un accordo tra le famiglie degli sposi, in genere ancora adolescenti, senza alcun contributo dei diretti interessati.
Una volta sposate, le donne entrano a far parte della famiglia del marito e devono accettare la sottomissione, oltre che al marito, anche ai suoceri.
Quando la vita con il marito o con i suoceri diventa insopportabile, si allontanano, pagando questo loro atto con la rinuncia dei figli che, secondo la tradizione, appartengono al marito: il sangue dei figli infatti sarebbe soltanto quello paterno.
E’ il maschio il dominatore assoluto e senza contraddittorio.
Quanto dolore nascosto e silenzioso in queste vite.
Se con l’andare del tempo, divenute suocere, sono proprio le donne rom i principali canali attraverso i quali si trasmettono gli usi e costumi appena visti, è proprio tra le giovani rom, più che fra i maschi, che si manifestano casi di ribellione a questo ordine costituito.
Oltre a ciò i rom sono formati da clan che possono essere in lotta tra di loro.
La situazione come si vede è molto complessa ed il problema della povertà è quasi sparito oscurato dal vero problema, quello della cultura nella quale la povertà è una variabile non un fatto costituzionale.
E’ la cultura il problema: la cultura che fa prigionieri quando è una cultura che non rende liberi.
C’è solo un momento nel quale la cultura rom e la società italiana si incontrano almeno potenzialmente alla pari: ed è nella scuola.
Certo la società italiana ha altri momenti di incontro più o meno istituzionali con i rom: assistenti sociali, opere varie in aiuto ai rom. Si tratta però pur sempre di assistenza: dove c’è l’assistenza non c’è parità.
E’ la scuola specie elementare, che in modo inaspettato e straordinario potrebbe riuscire ad essere il contenitore per un incontro di persone – nella fattispecie bambini - che ancora non totalmente integrate nelle proprie e rispettive culture tengono aperti contatti, come fossero spine universali, gli uni verso gli altri.
Certo la parità è solo potenziale, ma seduti tra i banchi i bambini rom e gli altri sono pur sempre nello stesso posto ed a fare la stessa cosa.
Certo la parità è pur solo generazionale: cioè tra i bambini di una stessa classe o scuola.
La parità di incontro anche nella scuola si ferma lì. Gli adulti della scuola siamo essi docenti e non docenti, seppur immersi totalmente nella propria cultura dovrebbero dare il massimo di sé, guardando i bambini rom e vedere nei loro occhi quello che i loro occhi hanno visto e vedono da quando sono nati.
Gli occhi dei bambini rom prima di chiudersi ed addormentarsi la sera dentro ad un furgone o ad una roulotte, vedono intorno a sé tre, quattro, cinque, sei e più fratelli accanto ai propri genitori. Fratelli che ridono piangono, litigano. Genitori che ridono, piangono si accoppiano.
Questo i piccoli occhi dei piccoli bambini rom vedono la sera e la notte se non dormono, in una promiscuità che non ha molto di umano secondo i nostri usi e costumi.
C’è ben poca poesia nella miseria.
Le mani dei bambini rom quando scrivono, non hanno una scrivania colorata su cui poggiare il quaderno. Scrivono probabilmente nell’indifferenza degli adulti rom che hanno intorno, perché la maggioranza di quegli adulti hanno una cultura per lo più orale e non scritta e considerano una perdita di tempo il fatto che i loro bambini stiano lì malamente a scrivere.
Nel migliore dei casi sanno che la scuola italiana li tollererà fino alla prima o seconda media. Poi i bambini rom verranno dalla scuola italiana ignorati con il grande sollievo specie dei maschi rom, capi clan che vedranno così confermato il perpetuarsi della propria cultura che li trova dominatori in un campo nomadi con qualche vecchio furgone o roulotte nel fango quando piove e nella polvere quando è estate.
Ci sono bambini rom, bambine specialmente, le più motivate al cambiamento, che alle elementari si impegnano. Hanno sete di conoscenza, hanno sete di avere amichette da ricevere in casa, da andare a trovare, ascoltare dischi assieme a loro. Ma non hanno casa in cui riceverle. Non sono gradevoli nel vestire e nell’aspetto. Non hanno docce sotto cui lavarsi se non, in quegli anni, quelle che si trovano nella scuola.
Fino a che la società italiana che è in una situazione di forza rispetto a quella rom, non avvicinerà di fatto gli usi e costumi dei rom a quelli previsti per ogni altro cittadino italiano, non potrà a cuor leggero giudicare ciò che i rom fanno verso la società che li circonda. Quello che fanno al loro interno infatti, compreso l'utilizzo dei bambini per produrre reddito, non interessa più di tanto.
Non sono i poveri il problema di Assisi, come non sono i rom il problema dell’Italia poiché hanno tolto più ricchezza sia materiale che morale agli italiani i vari stampatori e venditori di bond argentini od i vari protagonisti di reati finanziari.
Attendiamo dal sindaco di Assisi che emetta una ordinanza secondo la quale non debbano avvicinarsi a non più di 500 metri dalle chiese i pedofili, anche se sacerdoti.